La Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome esprime parere negativo sul ddl quadro per la salute e la sicurezza nelle piscine: troppi i nodi irrisolti, dall'incostituzionalità dei controlli sulle piscine private alle responsabilità impiantistiche, fino alla carenza di risorse delle ASL.
Nella seduta della Conferenza Stato-Regioni del 17 marzo scorso, il disegno di legge quadro per la salute e la sicurezza nelle piscine ha incassato un no dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.
Pur formalmente classificato come parere favorevole condizionato, il documento trasmesso al Governo elenca richieste di modifica tanto numerose e sostanziali da rendere il testo, nei fatti, inaccettabile nella sua forma attuale. Le Regioni sono nette: il provvedimento presenta criticità giuridiche, costituzionali e operative che ne compromettono l'impianto complessivo.
Tutela uniforme per tutti: gli impianti sportivi non possono essere esclusi
Il primo punto critico riguarda l'ambito di applicazione. Le Regioni contestano con forza l'esclusione dal campo del ddl delle piscine gestite da associazioni sportive dilettantistiche, federazioni nazionali ed enti di promozione sportiva, compresi quelli paralimpici. In assenza di disciplina, tali impianti aperti e frequentati dal pubblico verrebbero sottratti a qualsiasi forma di vigilanza igienico-sanitaria: una disparità di tutela giudicata inammissibile e in contraddizione con l'obiettivo dichiarato di garantire protezione uniforme su tutto il territorio nazionale.
Piscine domestiche, un problema sia costituzionale che di risorse
Altrettanto netta la posizione sul fronte costituzionale. Il testo prevede controlli delle ASL sulle piscine domestiche, ma le Regioni ricordano che le aziende sanitarie hanno potere di accesso ai soli luoghi di lavoro: entrare in una proprietà privata senza consenso configurerebbe una violazione di domicilio. Le piscine domestiche non possono dunque rientrare nel perimetro del provvedimento, in quanto un pubblico obblighi di sicurezza non ha né titolo giuridico né capacità operativa per intervenirvi.
Inoltre, estendere i controlli alle proprietà private sarebbe operativamente impraticabile, poiché i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL soffrono già di carenze di personale e mezzi. Sottrarre risorse alla vigilanza sulle piscine pubbliche (le sole che presentano un rischio reale per la salute collettiva) per destinarle al controllo dei privati rappresenterebbe un errore inaccettabile.
Il pericolo dei dispositivi di aspirazione resta senza risposta
Tra le omissioni più gravi segnalate dalle Regioni figura il silenzio del ddl sul rischio di annegamento causato dagli organi di aspirazione presenti sul fondo e sulle pareti delle vasche, che possono intrappolare i bagnanti (in particolare i più giovani) con conseguenze spesso fatali.
Le Regioni avevano già elaborato proposte tecniche specifiche su questo tema, trasmesse al Ministero della Salute nel quadro del documento "Disciplina nazionale igienico-sanitaria delle piscine". Il ddl le ignora, mancando così di affrontare uno dei rischi più seri per l'incolumità dei bagnanti e rendendo il provvedimento lacunoso proprio sul fronte della sicurezza che dichiara di voler presidiare.
Verdetto: il testo va riscritto
Il messaggio della Conferenza delle Regioni è chiaro: allo stato attuale il provvedimento non regge e rischia di distogliere la vigilanza igienico-sanitaria dagli obiettivi davvero rilevanti per la prevenzione e la tutela della salute pubblica. Solo a condizione che tutte le osservazioni vengano accolte integralmente il ddl potrà considerarsi approvabile.
Fonte: https://www.regioni.it/download/news/663688/
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